Vita GLBT in Giappone: la testimonianza di un italiano a Tokyo

ShinjukuNight

In attesa della presentazione di  Rica ‘tte Kanji!? Una novellina a Tokyo, vi proponiamo la testimonianza di Roberto, un ragazzo italiano che vive e lavora in Giappone.

Roberto ha raccontato a Civico 53 la sua esperienza sulla vita GLBT a Tokyo e, in particolare, nel famoso quartiere gay di Nichome, dove sono ambientate anche le vicende della giovane protagonista del fumetto di Rica Takashima.

“Eccomi qui a scrivere due righe sulla vita gay giapponese, chi l’avrebbe mai detto.

E’molto difficile da descrivere e probabilmente difficile da vivere. Non posso dire di conoscerla bene, per la verità.

Come molte cose a Tokyo, anche la vita gay sembra essere divisa in due, per espatriati o per locali. Non è un caso che il “GB“, locale storico di Shinjuku Nichome, si definisca come il primo locale che ha aperto agli occidentali quasi fosse un primato.

Nichome è un quartiere che di giorno appare scialbo, tanto che per un bel po’ non ho mai avuto nessuna curiosità a visitarlo la notte. Mentre poi, introdotto da un altro italiano che non ho più rivisto, ha segnato insieme a Roppongi alcune delle più folli notti della mia vita. Perché’ i giapponesi, grandissimi lavoratori, in realtà mostrano una grande voglia di divertirsi e Nichome la riflette. La gente passa da un locale all’altro, o meglio micro locali, e a mezzanotte rimane bloccata fino alle 5, quando riapre la metro, così che il quartiere è sempre vivo.

Si compone come scrivevo di molti, piccolissimi locali. Qualcuno si  immaginerebbe mega discoteche e spazi enormi. Ce n’è solo uno, nella baia, dove una volta ogni due mesi si svolge un evento che richiama gente da tutta l’Asia ,ma è molto simile ai party di Milano. In realtà il locale gay tipico è fatto da un bancone, 6 sedie ed una zona divanetti. La persona sola che va nel locale discute col barista. che magari lo farà socializzare con qualcun altro. E’ bellissimo, e con gli stranieri si sforzano di parlare e farsi capire ma è molto difficile se non impossibile perché la gran parte dei giapponesi non parla inglese. Quindi, come espatriato, ho potuto conoscere solo giapponesi che parlano inglese. Si tratta di gente che, avendo vissuto all’estero, è di mentalità molto aperta.

Alcuni di loro vivono la propria omosessualità apertamente, ma si tratta di persone che lavorano in multinazionali occidentali. Questo tipo di ragazzi è attratto prevalentemente da persone occidentali e vive la maggior parte del proprio divertimento all’estero, che qui significa Taiwan, Thailandia, Hawaii.

Il giapponese tipico non è dichiarato al lavoro e coppie per mano in giro non se vedono. L’omosessualità sembra essere tollerata, ma non accettata pienamente. Diciamo che la riservatezza tipica della cultura giapponese non rende difficile nasconderla e quindi la si può vivere senza enormi problemi.

L’incontro assume dei connotati particolari tipicamente giapponesi. Nella frenetica Tokyo al posto di una sauna può’ andare bene un hattenba, una specie di locale delle dimensioni di un appartamento con pochissimo spazio dove le persone girando, possono venire in contatto, contatto che non e’mai violento o villano. L’ideale è dopo il lavoro perchè esistono forme di feticismo diffuse, e il maschio in cravatta qui e’sicuramente uno di questi. Ci sono anche saune, ma anche i karaoke vanno bene alla notte, per stare un po’ in intimità è sufficiente affittare una saletta. E la sessualità è libera e vissuta allegramente. Non ci sono limiti imposti da una cultura religiosa, ma nello stesso tempo c’è molta semplicità. Qui l’estremo non sembra trovare molto spazio”.

Grazie mille a Roberto per la sua testimonianza!

c. & g.

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